Raschiare il fondo del barile è un’arte che le case discografiche conoscono sempre meglio, soprattutto quando si ha a che fare con artisti che non ci sono più da moltissimi anni. I Nirvana, alla stregua di Jimi Hendrix o Jeff Buckley, sono tra i più saccheggiati sotto questo punto di vista ed ogni qualvolta vi è la possibilità di festeggiare un anniversario, arriva una riedizione di un loro disco che non aggiunge nulla di quanto sia già a conoscenza del fan medio. Essendo passati ben trent’anni (sic!) dall’uscita di “In Utero”, la Geffen, chiaramente d’accordo con i membri superstiti e la vedova Cobain, ha deciso di rimettere in commercio una nuova versione dell’album, rimasterizzata e piena di bonus track e concerti di quel periodo. In realtà, però, di inedito non c’è davvero nulla, come andremo a spiegare nel dettaglio. Sulla tracklist originale, ripulita e riprodotta a livello sonoro con le tecniche attuali e priva delle finezze rudimentali del guru Steve Albini, c’è poco da dire. L’unica cosa da rimarcare, a parte la strepitosa bontà delle canzoni, è la capacità di osare che Cobain e soci dimostrarono nella circostanza. Pur essendo all’epoca la band più famosa del pianeta, decisero di affidarsi a un produttore anticonvenzionale (Albini) e di piazzare feedback a iosa. Brani come “Milk It”, “Tourette’s” o “Scentless Apprentice”, per non parlare di “Radio Friendly Unit Shifter” rappresentano ancora oggi un fortissimo calcio nel sedere dato all’industria discografica e alle sue regole stereotipate. Pensate se oggi i Maneskin (sono o non sono il gruppo più famoso del mondo secondo la critica) provassero a fare esperimenti simili su un loro lavoro. Verrebbero bloccati sul nascere (tranquilli, non capiterà mai!). Allargando l’orizzonte sulle famose bonus tracks da studio, possiamo affermare che tutti le conoscono da tempo immemorabile. Da “Marigold” cantata da Grohl, all’ipnotica “Moist Vagina”, passando per il gioiello senza tempo di nome “Sappy” (presente sulla compilation “No Alternative”) non manca proprio nulla di quel periodo. Dispiace ancora oggi l’esclusione dell’ultimo secondo dalla tracklist ufficiale di “I Hate Myself And I Want To Die”, che rimane una delle migliori cose scritte dalla “Buonanima”. Passato in rassegna il materiale da studio, si passa a quello dal vivo e anche qui di sorprese non ce ne sono. I concerti che vengono riprodotti (Los Angeles 1993 e Seattle 1994, con qualche bonus preso anche da Roma) sono materia molto nota per chi è cresciuto a pane e Nirvana. All’epoca, quando i bootleg erano una consuetudine, i live dei Nirvana si trovavano, anche a poco prezzo, nei negozi di dischi. Oggi, chiaramente, sono stati ripuliti, ma l’impressione che se ne ricava, così come anche allora, è che si tratti di esibizioni mosce, prive di verve, ovattate (date un ascolto con attenzione al suono della batteria), pur essendo la line up allargata a quattro elementi con l’ingresso di Pat Smear come secondo chitarrista. Per avere un termine di paragone più limpido, basterebbe ascoltare “Live At Reading” del 1992 (un anno prima, non un decennio) per capire come le cose fossero rapidamente cambiate all’interno del gruppo. In Inghilterra il trio era apparso letteralmente indemoniato, incendiario, strepitoso. A distanza di soli dodici mesi, le stesse persone apparivano dimesse e prive di quella forza che da sempre si era rivelata il loro marchio di fabbrica. Dunque, se proprio una cosa va detta è che grazie a questa ricorrenza si può notare un gruppo che in studio raggiungeva, probabilmente, l’acme della sua creatività, mentre appena uscito fuori dalla propria comfort zone di Seattle si rivelava come un’anima fragile e attaccabile sotto ogni punto di vista. E non è un caso che ad aprile del 1994, la telefonata di un anonimo elettricista di Seattle ad un’emittente radiofonica della città ne decretava la fine definitiva.