Robin McAuley è uno dei classici cantanti che ha prestato la propria ottima ugola (che ricorda molto da vicino in alcune circostanze quella del notissimo Klaus Meine degli Scorpions) per tanti progetti, in primis per il funambolico Michael Schenker, ma che, probabilmente, non tutti conoscono sino in fondo, proprio perché offuscato dalla grandezza dei musicisti con cui ha suonato. Non è un caso che l’artista europeo, pure per scrollarsi di dosso l’abito di secondo violino di lusso, abbia deciso di intraprendere una carriera solista che, tra alti e bassi, continua ad andare avanti come dimostra questo ultimo prodotto, “Soulbound”, che è un buon concentrato di hard rock con ampie venature melodiche. Accompagnato da una band tutta italiana, McAuley pesta da subito sull’acceleratore con la granitica “’Til I Die”, a cui fa da seguito il classico pezzo dalle venature anni ottanta come la titletrack, che si rivela una vera e propria gemma nostalgica e melodica. La prima parte di questo lavoro è sicuramente notevole e rivela come la vena artistica del Nostro non sia appassita. Anzi, grazie ad un pugno di brani come la solida “Let It Go” che ha molto degli UFO dell’ultimo periodo, la “vanhaleniana” “The Best Of Me”, la viaggiante “Wonders Of The World” e la ballad “Crazy”, non ci si annoia proprio nell’ascoltare un album di grandissima dignità. Probabilmente nella seconda parte di esso, si denota qualche momento di appannamento con qualche pezzo che, probabilmente, poteva essere escluso dal lotto, in quanto non particolarmente incisivo (“There Was A Man” e “Paradise”). Ad ogni modo, c’è da apprezzare come questo nuovo capitolo artistico dell’ex compagno di Michael Schenker sia un buon ritorno, caratterizzato da brani piacevoli che si lasciano ascoltare ripetutamente. Di più, onestamente, non si poteva chiedere.