Col passare degli anni il gruppo guidato da Chelsea Murphy – che ricordiamo nella colonna sonora del videogioco Doom Eternal - è riuscito a raggiungere i livelli delle massime realtà estreme con voce femminile. Sto parlando dei vari Spiritbox, Employed To Serve, Capra o Jinjer che devono cominciare a guardarsi alle spalle, nonostante le ambizioni dei californiani siano tutt’altro che commerciali. Questo terzo lavoro in studio riparte dal discorso sonoro interrotto con ‘Velvet Incandescence’ e fonde lo spirito più sperimentale dell’atmospheric black metal con invettive death, ma anche influenze progressive e jazz che rendono le strutture compositive mai prevedibili. Al fianco della cantante ci sono sempre gli altri due ex-Among The Torrent Tony Thomas, biologo molecolare anche nei Botanist, e Ian Baker mentre alla batteria adesso siede Chris Stropoli, attivo nei Lamentations e nei Monotheist e capace di donare ulteriore impulso alle ritmiche di un tessuto strumentale alquanto malsano. L’improvvisazione vocale della Murphy poi fa la differenza, trasportando l’ascoltatore dritto negli abissi per poi tirarlo fuori e metterlo faccia a faccia con le proprie responsabilità. Il songwriting è iniziato addirittura prima che ‘Velvet Incandescence’ giungesse nei negozi e l’ispirazione deriva dall’oceano, dalla flora e dalla fauna oltre che dalla magia alchemica che si sviluppa nelle più amene profondità acquatiche. L’esperienza che propngono i Dawn Of Ouroboros è quanto mai unica e intrigante, ovviamente non per tutti visto che parliamo di sempre di metal estremo ma sempre più accessibile e variegata. La tecnica di base dei musicisti è spaventosa eppure il feeling viene sempre messo in primo piano ed i suoni sono organici e crudi – le registrazioni si sono svolte presso i Fang Studios di San Mateo sotto la supervisione di Nick Loiacono mentre il mixaggio è stato eseguito nel Regno Unito da Lewis Johns - come quelli della dimensione live. È proprio in tour che il quartetto dovrà dimostrare di essere diventata una realtà internazionale capace di attrarre gli appassionati di black metal scandinavo così come quelli di Cynic o Death. Sentite le chitarre di ‘Nebulae’ per credere! Comunque sia ‘Bioluminescence’, immesso sul mercato da Prosthetic con la splendida copertina di Alex Eckman Lawn, è sinonimo di ricerca di luce. Una ricerca diversa dal solito, che prevede momenti di pura follia o schizofrenia, divagazioni melodiche, senso di claustrofobia e improvvise fragilità che spezzano l’apparente tranquillità di fondo. La title track e ‘Slipping Burgundy’ troveranno sicuramente spazio nelle playlist di settore, ma il pezzo che più identifica l’evoluzione degli americani è ‘Static Repetition’, esempio lampante di come si possa crescere partendo da un sound grezzo e viscerale e diventare enormi.